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Sabato, Sab Ago 2020

Brad Pitt

Non c’era dubbio che quella situazione fosse improbabile, ma nella vita non puoi mai sapere cosa ti capita. Io e Brad ci eravamo conosciuti in un bar mal frequentato della Milano di periferia dopo una giornata di EICMA 2018, dove lui si aggirava in cerca di idee per la prossima moto.

Lo avevo riconosciuto mentre da buon americano si faceva una birra al banco dopo una lunga giornata tra i padiglioni, invece di una folla di lecchini e ragazze compiacenti, aveva preferito una bevuta solitaria, dopo tutto lui è il “Brad”. Per avvicinarlo avevo scelto la formula più subdolamente lusinghiera, gli avevo fatto i complimenti per quella moto con cui era apparso sulle riviste qualche giorno prima, una café racer appariscente ma dal piglio non proprio comodo, ne so qualcosa.

Non mi ero avvicinato, non lo avevo fissato adulante, mi ero tenuto a distanza, ma una parola dopo l’altra ci eravamo messi a chiacchierare di moto, di scarichi, di serbatoi, e di altre chincaglierie, in quel maledetto bar di ultima categoria dove il proprietario, un tizio guercio tutto tatuaggi, se ne fotteva degli schiamazzi e della gente che fumava, mi sembrava di essere tornato negli anni 90, puzza di birra, di alcolici e fumo.

Tra una chiacchiera e l’altra il Brad mi disse che aveva conosciuto un tizio che elabora moto in Italia, uno bravo, uno che sapeva come creare special uniche, come quelle che piacciono a lui. Mi disse che aveva già firmato un contratto, lo aveva convinto subito, gli aveva fatto vedere un disegno e si era innamorato di quel mix di stili che nessun altro poteva aver immaginato, avrebbe avuto un pezzo unico, italiano, irripetibile. Dopo tutto è il Brad.

Mi fece vedere il contratto e rimasi sconcertato, come logo c’era la faccia sorridente e maligna del “Il customizer”, con quella folta capigliatura e il baffo mefistofelico. In fondo però c’era la mia firma, ben visibile, ben impressa. Ma “ ehi Brad, io non ho mai firmato nessun fottuto contratto, che scherzo è questo!”, ma lui niente, imperterrito continuò a raccontarmi di questa fantastica moto progettata con il suo amico fottuto “il customizer”. Da un’altra tasca estrasse un rotolo, nemmeno fosse eta-beta di Topolino, e mi fece vedere questa moto assurda, lunga, bassa, una ruota grande e una piccola, dieci tachimetri sparsi tra manubrio e serbatoio, verniciata in stile rough, che notoriamente mi provoca sussulti gastrici, e con un improbabile manubrio stile ape hangers, che abbinato alla linea della moto la faceva sembrare più ad uno strumento di tortura.

Brad mi faceva i complimenti per l’originalità della moto che avevo fatto progettare, ma io non avevo fatto progettare niente, lo sapevo bene, ma qualche sicurezza iniziava a vacillare. Mi diceva che i soldi in fondo sono fatti per togliersi qualche prurito. Ehi Brad, con i tuoi soldi ti togli qualche prurito, con i miei al massimo dai una grattatina. Il panico iniziò a montare, ma quando avevo firmato quel contratto? Cos’era quell’orribile scarabocchio sul foglio? Cominciai a sudare, mi prese il panico, quando accidenti sarebbe costato quello schifo? Che cambiale avevo firmato? In quel momento vidi la faccia di Brad che lentamente si trasformava, la capigliatura diventava folta, il pizzetto fece capolino sul volto, e il ghigno del customizer prese il posto di quel  faccino da divo di Brad, e una risata diabolica mi ivestì le orecchie.

In quel momento mi svegliai di soprassalto, madido di sudore, con il respiro affannato. Maledetto “il customizer”. Maledetto! Devo chiamarlo… dieci tachimetri sono davvero troppi!

Michele Rubin

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