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L’America del Sud – Parte 4
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11 mesi sono passati dall’ultima volta, è tempo di salire su di un volo diretto alla città di Cusco dove avevo terminato la terza parte del mio viaggio.
Arrivo a Cusco alle 5:30 del mattino e mi dirigo subito all’hotel, dove avevo lasciato la moto e mi metto al lavoro nonostante la stanchezza.


Riattacco i cavi della batteria e il motore del piccolo Domy inizia a pulsare insieme ai battiti del mio cuore. Mi accorgo che la sospensione ha perso olio, forse a causa del Salares de Uyuni, decido quindi di portare la moto da un meccanico così da poter dedicarmi ai documenti presso la dogana.
Nel viaggio precedente in Argentina mi avevano fatto una multa a causa del troppo tempo trascorso dalla mia entrata con la moto all'uscita di quest'ultima, mentore del problema mi ero recato presso la dogana, dove mi avevano detto che bastava un contratto con il luogo dove avrei lasciato la moto.
Ora mi dicono che avrei dovuto lasciarla in dogana e che devo fare un processo per capire se mi lasciano uscire con la moto o se sarà sequestrata, preparo tutte le carte e torno in albergo a riposare.



La vera novità di questo viaggio arriva al terzo giorno, vado all'aeroporto ad aspettare Alia, ragazza Canadese conosciuta lo scorso anno durante l'Inca trail, ci uniamo a un’escursione alle splendide rovine di Moray esempio della sofisticata cultura inca nell'agricoltura e infine alle sorprendenti Salinas che ci accecano con il bianco delle loro vasche. Tornato alla città eterna, ritiro la moto, sembra tornata al suo antico splendore.
Sveglia di buon ora, la prima preparazione dei bagagli non è semplice, obiettivo della giornata Nasca la città delle misteriose linee. Ci inerpichiamo a fatica sulle alte vette che circondano la città, ma subito noto un problema alla moto, continua a strattonare eppure ho appena fatto cambiare la trasmissione, mi fermo cerco il problema, pignone montato male, sistemo il tutto e ripartiamo a volte i migliori lavori sono quelli che si fanno con le proprie mani.
Come lo scorso anno la moto fa molta fatica in altura, la velocità è molto ridotta, decido di fermarmi dopo 250 km alla città di Abancay, non voglio stressare troppo la mia passeggera che è al suo primo viaggio in moto.



Ancora sveglia presto, piove e siamo sulle Ande, ma non ci scoraggiamo siamo ben equipaggiati, sarà una buona occasione per testare il nuovo abbigliamento. S’inizia subito a salire, è già il terzo passo a più di 4300 metri, fortuna che è uscito il sole, questa parte di Perù è impressionante, passi da 4000 metri a zone tropicali, su e giù tra bananeti e infinite steppe brulle. La stanchezza si fa sentire, il penultimo passo della giornata sembra esser interminabile, più di 100 km a 4300 metri in un paesaggio lunare con forti raffiche di vento, eppure qui la vita non si ferma, instancabili campesinos lavorano la terra aspra e noi ci chiediamo quanto sia difficile la vita da queste parti. Scendiamo di quota, ci fermiamo per pranzo e subito in marcia ci attende l'ultima fatica prima di scendere verso Nasca, dove arriviamo nel tardo pomeriggio.
La mattina prendiamo un volo alla scoperta di uno dei misteri ancora irrisolti del nostro pianeta, le linee di Nasca, spettacolari disegni al suolo visibili solo dall'alto, ideati dagli antichi Incas per chissà quale motivo. Sulla strada all'aeroporto noto un’enorme duna, mi dicono esser la più alta del Sud America, non posso perdere quest’occasione, torniamo in albergo prendo la moto e mi dirigo verso il gigante di sabbia. Mi addentro in una strada, misto sabbia e roccia, in due e con il piccolo Domy la guida non è molto facile, faccio scendere la mia passeggera per uno shooting fotografico, ma come il mio solito prendo la decisione più stupida che potessi, inizio a scalare una collina sassosa che precede la duna, la guida è difficile, ma arrivo in cima, qui mi distraggo un attimo e volo su di una roccia, rialzo la moto che è completamente distrutta. Alia guarda perplessa la moto non sembra molto felice della mia performance.
Fortunatamente ho con me le Sante fascette e una forbice, ho sempre sostenuto che con fascette, nastro americano e wd 40 si può sistemare il mondo, e, infatti, il nuovo "scarface look" del piccolo Domy prende vita. Do le prime lezioni di guida ad Alia e inizio a credere che forse sia meglio se io mi siedo al posto del passeggero e lascio guidare lei...



È già tempo di ripartire e il Perù continua a sorprenderci, a pochi chilometri dalle Ande inizia l'arido deserto, tagliato in due dalla famosa Panamericana che attraversa da nord a sud il continente. Arriviamo a Ica vero e proprio miracolo agricolo, questa è la zona vinicola del paese, incredibile come sterminate piantagioni siano ai piedi delle dune. La nostra meta è però l'oasi di Huacacina, splendida località turistica nata attorno a questo laghetto con palme nel mezzo del deserto. Ci concediamo un buon albergo e proviamo il sandboard, lanciandoci giù da enormi dune di sabbia.
Tempo di partire alla volta della Capitale, il paesaggio attorno a noi cambia di continuo, la Panamericana divide in due il roccioso deserto, fino a che rigogliose vallate frutto del duro lavoro dell'uomo, non interrompono l'arido paesaggio. Lentamente ci avviciniamo alla costa, il traffico diventa sintomo dell'avvicinamento a Lima. Entriamo in città ma il caos e tanto e nonostante la volontà di pernottare in città, decidiamo sia meglio allontanarsi, con l’obiettivo di avvicinarsi il più possibile alle Ande.
Dopo aver pernottato poco fuori la capitale, iniziamo a inerpicarci verso Huaraz, dove arriviamo in tarda serata non senza difficoltà.
Siamo a Huaraz 3052 m s.l.m. Perù centrale, al cospetto dinanzi a noi si alzano imponenti le bianche cime delle Ande, l’aria è tersa e la temperatura e molto bassa dopo il temporale che abbiamo udito durante la notte.



Tutto questo non ci abbatte, iniziamo il rituale della vestizione e con ancora il buio partiamo, la prima parte è asfaltata e relativamente semplice, siamo a poco più di 3000 metri e la strada sinuosa scende lentamente di quota, riusciamo quindi a tenere una velocità tra i 60 e 80 km/h fino al tranquillo villaggio di Carhuaz, dove il nostro Gps ci segna di imboccare la Ruta 107, la quale s’inerpicherà fino al Passo Punta Olimpica.
Attraversiamo pittoreschi villaggi Andini, dove i costumi tradizionali sono ancora indice di una vera vita rurale e non di mere attrazioni turistiche, a queste alture la vita scorre lenta ma laboriosa, i locali si dedicano a faticosi lavori agricoli mentre bambini in festa giocano nei cortili delle isolate scuole. Intanto per noi iniziano le fatiche, la velocità cala drasticamente fino a raggiungere medie dei 15kmh, la mancanza d’ossigeno mette a dura prova uomini e mezzo. L’uso del cambio è sporadico e spazia dalla prima alla seconda marcia intanto che a fatica si affronta un tornante dopo l’altro, fino a che da lontano non vediamo da lontano l’entrata al Tunnel della Punta Olimpica, il quale fu scavato all’altitudine di 4780 metri per facilitare il valico che era a più di 5000 metri.



Foto di rito e subito in cammino, le basse velocità e la fatica a queste quote ci impongono di non perdere molto tempo, ma almeno in questo caso scendendo di quota la moto riacquista vitalità e posso divertirmi disegnare improbabili traiettorie sui deserti tornanti, certo la moto in due e carica non è proprio la M1 di Rossi, ma la guida ha comunque i suoi lati divertenti.
Attraversiamo durante la mattinata i piccoli villaggi di Acochaca e Yanama, e ancora su verso il vero obiettivo della giornata, un passo in off road all’altitudine di 4784 m s.l.m. Durante l’organizzazione del viaggio qualche mese fa mi ero imbattuto in uno scatto, di un viaggiatore Paraguaiano, e dopo innumerevoli ricerche ero riuscito finalmente a capire dov’ero, e ora mi ritrovavo ad affrontare gli ultimi km prima di poter arrivare alla meta.
 La scalata è tutt’altro che semplice e se in precedenza era stata dura su asfalto, ora con sassi e pozzanghere è una vera e propria sfida. Il paesaggio intorno a noi è stupendo e ci ripaga della fatica, le vette innevate delle Ande si ergono a testimoni dell’impresa e osservano il piccolo monocilindrico arrancare sino al raggiungimento dell’obiettivo. Arrivati in cima, è un’esplosione di gioia, anche se le nubi rovinano lo spettacolo offertoci dalla natura, scattiamo le foto di rito ma ci rimettiamo subito in marcia, le nubi si fanno sempre più minacciose. Iniziamo la nostra discesa verso la laguna Llanganuco, famosa per le sue acque turchesi, la vista dall’alto è stupenda e noi ci sentiamo fortunati.



Giunti alla laguna incontriamo una coppia di novelli sposi che posano per le foto di rito, ci chiedono di potersi fare delle foto da “veri avventurieri” con la nostra moto e divertiti non possiamo far altro che accettare. Inizia a piovere e il GPS ci segna ancora 36 km a Yungay villaggio, dove potremo riprendere l’asfalto, ma intanto la pioggia s’intensifica e la moto che aveva subito una caduta qualche giorno prima e sistemata con fascette e nastro americano, a causa delle vibrazioni inizia a perder pezzi e il cupolino è ormai attaccato con gli ultimi brandelli di carena ancora integra. Inizia a far freddo e a causa delle carene la velocità è bassissima, ma arriviamo a Yungay, dove ci fermiamo per pranzo e recuperate altre fascette sistemiamo la moto, neanche il tempo di ripartire e ci fermiamo ad ammirare una festa locale con musica e danze indigene, in Sud America le persone sono sempre gentili e disponibili e in poco tempo ci facciamo rapire dalla magia del momento e ci ritroviamo a ballare e bere con i nostri nuovi amici.
Il giorno seguente ci dirigiamo verso il Canyon del Pato, e dopo appena 36 km da Yungay inizia questo spettacolare percorso, dove la Cordillera Negra s’incontra con la Cordillera Blanca e formano questo bellissimo Canyon, dove le due catene Andine arrivano quasi a toccarsi. La strada è piena di gallerie scavate nella roccia, ma essendo anguste e a un solo senso di marcia bisogna stare molto attenti ai camion delle miniere che hanno poco rispetto dei veicoli. La prima parte è asfaltata fino a Caraz e riusciamo a goderci il panorama, ma dopo il piccolo villaggio inizia il cammino de tierra, secondo le informazioni che avevamo ricevuto, sarebbe dovuto esser in ottime condizioni, in realtà saranno più di 50 km pieni di buche e pietre.



Lentamente scendiamo di quota e la temperatura inizia a esser molto calda, siamo costantemente avvolti nella polvere e le continue gallerie e la strada a strapiombo sul fiume che le corre di lato, non lasciano spazio alle disattenzioni, iniziamo a esser stanchi e quella che avevamo previsto come una passeggiata sta diventando sempre più un vero e proprio calvario, non ci sono locali, dove potersi ristorare, né villaggi né bar, siamo stanchi e fa sempre più caldo come se non bastasse, la riparazione volante delle carene cede e dovremmo fermarci ogni 20-30 minuti a risistemare il tutto con le solite fascette.
Ancora un po’ di fatica e finalmente usciamo dal Canyon, la strada asfaltata corre veloce verso il mare e il paesaggio cambia radicalmente, è incredibile come siamo passati in pochi km da un paesaggio arido a rigogliose risaie e bananeti. Finalmente la civiltà, possiamo fermarci a bere e riprenderci dalla lunga giornata, arriveremo durante la serata a Trujillo. La mattina seguente passiamo una giornata in dogana sperando che siano stati risolti i problemi con le nostre carte, ma purtroppo nessuna notizia, non ci resta che dirigerci nel pomeriggio verso il confine con l’Ecuador.
Dopo aver passato la notte a Pacasmayo, tappa d’intermezzo verso il confine, arriviamo alla dogana, qui i nostri cattivi presentimenti diventano realtà, nonostante le pratiche fatte l’anno precedente in dogana, la moto risulta fuori tempo massimo quindi mi viene sequestrata, a nulla valgono i nostri tentativi di spiegare la situazione, siamo costretti a prendere i bagagli e a proseguire senza moto. Prendiamo un taxi e raggiungiamo la dogana Ecuadoriana, dove facciamo le pratiche ed entriamo nel paese. Da qui in poi proseguiremo con mezzi locali e bus fino a Cartagena città Colombiana, dove era prevista la fine di questa quarta, tappa del mio viaggio. Purtroppo però il sogno di percorrere il continente dall’Argentina all’Alaska e svanito in una dogana Peruviana, ma questo non fermare i sogni futuri e sono già pronto con nuove idee.
Grazie a tutti quelli che mi hanno seguito in quest’avventura e stay tuned per i prossimi progetti futuri.

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