Questo sito utilizza i cookie che ci aiutano ad erogare servizi di qualità. Utilizzando i nostri servizi acconsenti all'uso dei cookie.

L’America del Sud – Parte 3
1
0
0
s2smodern
1
0
0
s2smodern
powered by social2s

Gentleman start the engine! Dopo un anno di attesa é finalmente arrivato il momento di tornare on the road con il mio piccolo Dominator.
A causa dei chilometri non fatti nello scorso viaggio, i primi giorni saranno al recupero, 11 ore e 820 km fino ad arrivare nella splendida Mendoza.


Mi sarebbe piaciuto prestarvi i miei occhi per farvi vedere questi stupendi paesaggi, darvi per un attimo il mio cuore per farvi sentire i battiti e l'emozione che si prova dinanzi alla grandezza della natura. Degli 820 km percorsi appena 150 erano di fuori strada, ma vi assicuro che sono stati tra i più belli mai percorsi. La sorpresa già dopo pochi km, mi trovo dinanzi un paesaggio lunare con sabbia e rocce. Uscito da questo tratto, mi dirigo verso Malargue, sulla strada vedo un lago salato, la Salina Diamante, scorgo al suo interno dei camion che lavorano e decido di entrarci per fare delle foto. Fortunatamente memore di un errore simile fatto in Tanzania, mi accorgo che il terreno sotto la moto si sta spaccando e che c'è acqua, riesco a tornare indietro senza particolari problemi, cosa che non accadde in Africa dove dovetti tribolare più di un'ora prima di riuscire a tirar fuori la moto.  



Per arrivare a San Rafael prendo una strada alternativa, ed è qui che ripago l'anima dalle fatiche con il più bel paesaggio che abbia mai visto, entro in un Canyon e costeggio il fiume che scorre al suo, interno.
Per fare appena 50 km perdo tre ore, non riesco a fare più di 2/3 km senza fermarmi a fare una foto, sono in estasi da guida, non so come potrei spiegarvi ciò che ho visto, ma probabilmente non si può, so solo che tutto ciò resterà impresso nella mia mente. Mi accorgo che si sono fatte le 6 e che ho ancora 250 km da fare, per fortuna di autostrada.
La calma è la virtù dei forti, cito questo detto perché: chi viaggia è a volte costretto ad affrontare situazioni in cui innervosirsi e perdere la pazienza non fa altro che peggiorare le cose.
Io credo d'esser uno di quei viaggiatori meticolosi, che organizzano tutto con precisione ben prima di patire, ma questa è un’avventura e forse il bello di queste esperienze sono proprio gli imprevisti.



La giornata non inizia nel migliore dei modi, al risveglio dopo il caldo torrido del giorno prima, mi ritrovo a dover partire sotto la pioggia. Dopo appena 20 km la moto si spegne, penso sia la benzina, svuoto la tanica all'interno del serbatoio e riparto, ma 2 km dopo sono ancora fermo, provo a cambiare la candela ma niente, spingo la moto sotto l'acqua fino a che non trovo un meccanico, che dopo avermi raccontato dei sui problemi familiari, mi sistema la moto pulendo la pompa della benzina.
Riprendo la strada e salgo verso il bellissimo passo di montagna che porta verso Tafí del Valle, o almeno così avevo letto sulla guida, peccato che la fitta nebbia e la pioggia non lasciano metri alla vista.



Passata Tafí mi dirigo verso Cafayate e la sua Quebrada, che mi sorprende con paesaggi fiabeschi, qui la terra non ha il solito colore cui siamo abituati, rosso, giallo, bianco ogni metro ha una diversa formazione rocciosa. Esco a malincuore da questa strada e mi dirigo verso nord, prendo poi la deviazione per Cachi, ma inizia nuovamente a piovere e si sta facendo buio, decido di fermarmi a dormire in una hosteria lungo la strada, nessuna comodità niente acqua calda e luce a 12v data dai pannelli solari.
Riprendo la strada in direzione di Cachi, che è uno stupendo villaggio a più di 3000 metri d'altitudine, qui cambio pochi Euro, faccio benzina e riparto per San Antonio de Los Cobres. La strada che mi porta allo sperduto villaggio andino ha dell'incredibile, valico con enormi difficoltà un passo a 4900 metri, la moto non ha potenza e percorro i 150 km a una media ridicola, il mio GPS segna 25 km/h.



Arrivato in cima, penso che a parte i problemi alla moto io abbia resisto bene all'altura, scendo dalla moto per fare una foto e inizio a sentirne gli effetti, nausea, stanchezza, faccio fatica a restare in piedi, decido quindi di ripartire. Arrivato a San Antonio, so che mi attendono altri 140 km prima di arrivare al confine con il Chile, altri due passi a 4200 e 4500 metri rallentano il mio cammino, ma riesco comunque ad arrivare alla dogana, pensando che ho tenuto medie da bicicletta, assurdo.
Entro in dogana e inizio a parlare con il poliziotto, che essendo appena stato in Italia, mi mostra le foto, ma al momento di augurarmi buon viaggio, si blocca sulle carte che ho presentato. La legge Argentina dice che: un veicolo straniero non può restare all'interno del paese per più di sei mesi e dal mio ultimo viaggio ne sono passati dieci.
L’atteggiamento cambia, crede che volessi prenderlo in giro e mi respinge dicendomi che non mi avrebbe lasciato passare. L'alternativa? Tornare a Salta, fare un mini processo pagare una multa e sperare che tutto si risolva, ma oggi è venerdì, quindi gli uffici saranno chiusi fino a lunedì.
Decido quindi di tentare all'altra Dogana che dista 150 km. M’incammino senza molta benzina, per una strada di montagna, che per la prima volta da quando sono in questo paese, non è ben tenuta, non è il classico cammino de tierra come lo chiamano qui, è una vera e propria strada accidentata. Trascorrono i km e inizio ad aver paura di non aver benzina sufficiente. Non so come spiegarlo, ma forse qualcuno mi capirà, durante un viaggio in moto, s’instaura un rapporto di amore verso questo mezzo che fedelmente ti porta ovunque tu voglia, ti trovi a parlargli, con appellativi a volte anche ridicoli, la accarezzi.



Mi è capitato di baciarla, ma la cosa più assurda è che mentre in un attimo di lucidità, pensi che questa sia follia, accade l'incredibile, lei il tuo "amore" ascolta le preghiere, accetta le tue carezze.
La stessa moto che fino a due ore prima andava a singhiozzi a meno di 30 km/h, tutto a un tratto inizia ad andare a velocità normali, eppure le altitudini sono le stesse, la strada è addirittura peggiore, allora capisci che non è follia, quel mezzo che per alcuni è solo ferro, ha un’anima che si è fusa con la tua. A pochi chilometri di asfalto finisco, però la benzina, ma per fortuna la preparazione che avevo fatto alla moto, prevedeva una tanica aggiuntiva attaccata alla borsa, inizia a far buio e fa freddo, decido di raggiungere il villaggio più vicino che è però nella direzione opposta alla dogana, m’incammino e inizio ad aver paura di restate nuovamente senza benzina, i chilometri passando ma niente, ormai sono alle ultime gocce ma destinazione, trovo un albergo e vado a letto.


Alle 7 sono già in moto, ma fa un freddo cane, ho le mani e i piedi che chiedono pietà, ogni 20/30 km mi devo fermare a fare una corsetta per riscaldare gli arti, arrivato in dogana, espongo il mio problema, il gendarme, non vuole responsabilità e porta le carte al responsabile, il verdetto è atroce, moto sequestrata, viaggio finito, devo andare questa volta a JuyJuy, sono entrato in un'altra regione e fare il processo dove si deciderà, quanto dovrò pagare.
Dovrò prendere un bus che mi porterà a JuyJuy che dista più di 300 km, intanto iniziamo le pratiche per il sequestro, firmo poso la moto in una stanza e mi avvio verso i pullman, l'autista suo malgrado dice che non può accettarmi, i bus viaggiano con una lista dei passeggeri, che non può esser modificata una volta partiti.
Mi toccherà fare l'auto stop, torno disperato nella dogana, chiedo se almeno in questo mi possono aiutare, ormai sono le 13, sono qui dalle 9 e sono distrutto, ma è in questo momento che accade l'incredibile, non sono uno molto religioso, ma se esiste un dio, beh oggi ha ascoltato le mie preghiere, il responsabile vedendo la mia faccia, s’intenerisce e mi dice che farà un'eccezione, calcolerà la multa e mi lascerà andare. L'attesa è snervante, inizio ad accusare problemi d'altura, ma alle 17 finalmente tutto sembra risolversi, pago e riprendo la moto preparo tutti i bagagli e alle 18 sono di nuovo on The road.
Per San Pedro de Atacama un cartello segnala 160 km, bene sarò lì per le 20, peccato che la strada inizia a salire ancora e ritornano i problemi alla moto, 15kmh non di più, con tratti snervanti in prima marcia.



Alle 20 sono ancora per strada e a 4500 metri la moto si ammutolisce, fa freddo, se c'è una cosa che ho imparato in Argentina, è che devi continuamente combattere contro la natura, acqua, vento, altitudine, decido di spingere la moto e all'improvviso la salvezza, una struttura in costruzione in mezzo al nulla.
Cerco un posto, dove ripararmi e per fortuna una porta è aperta, almeno non dormirò in balia del vento, ma la notte non passerà comunque tranquilla, mi sveglio all'improvviso e inizio a vomitare, lo farò per tutta la notte.
La mattina sono svegliato dagli operai, che vedendo la moto avevano capito che avevo cercato riparo, mi offrono della benzina, ma non è quello il problema, mi spiegano che dopo 1 km di salita inizia la lunga discesa a San Pedro 40 km in tutto, spingo la moto, ma a causa delle mie condizioni è una fatica immensa, arrivo in cima e giù per 40 km fino alla città.  Incontro altri motociclisti, che mi aiutano, hanno una candela per la moto, proviamo a sostituirla e la moto come per magia riprende a girare, sono ancora in pista, distrutto ma felice, per chi mi conosce, sa che non sono abituato a mollare, ma questa volta è stata veramente dura.
Una cosa voglio però dire, in situazione del genere è importante, non perdere mai la calma, non esser arrogante né aggressivo, come la mia giornata dimostra, la gentilezza e la cordialità pagano sempre.
Dopo le disavventure dei giorni scorsi, mi prendo un giorno di meritato riposo a San Pedro de Atacama, visito il bellissimo Geysir del Tatio, lo spettacolo delle centinaia di fumarole è stupendo e la possibilità di fare il bagno.
Tornato a San Pedro, riprendo le vesti del Moto viaggiatore e faccio manutenzione alla moto, qualche ora di riposo e poi dritti a visitare la valle della Luna e la Valle della Muerte, due fantastici luoghi, che immettono nel deserto De Atacama, quello che dicono essere uno dei luoghi più aspri del mondo.
È ora di riprendere la strada e mi dirigo verso Calama, l'intenzione iniziale era di passare per la Laguna Blanca e la Laguna Colorada, ma sembra non si trovi benzina e devo rinunciare. Arrivato al confine, le Ande mi si ergono maestose dinanzi, coni di vulcani, salares dove lavorano incessantemente macchine per l'estrazione del sale, l'asfalto lascia strada al cammino de tierra ed io sono entusiasta, mi fermerei ogni 100 metri ma devo far strada e non posso, ma vi assicuro che ciò che i miei occhi stanno vedendo in questo viaggio è qualcosa di unico.



Sbrigo le pratiche per entrare in Bolivia, con qualche difficoltà, siamo in cima al mondo e qui tutto scorre con calma, ma alla fine eccomi timbro Boliviano, 40esimo paese visitato, di cui 26 in moto in 4 differenti continenti. Sono nel paradiso del motociclista, percorro 300 km, nemmeno uno d'asfalto, mi brillano gli occhi e il cuore è in pace con il mondo, sono felice e canto sotto il casco, che bella sensazione, siamo solo io e lei la mia piccola Domy, arrivo nel pomeriggio dopo 550 km a Uyuni, piccolo villaggio vicino al noto Salare il più grande del mondo.
Purtroppo anche qui le info sulla Laguna Colorada sono le stesse, non posso arrivarci da solo, decido quindi di posare la moto per qualche giorno e unirmi a un tour per la laguna.
Partiamo da Uyuni alle 10:30 e visitiamo il cimitero dei treni, antiche locomotive a vapore, che servivano al trasporto dei minerali estratti nella zona. Proseguiamo verso il Salares, il più grande al mondo con un’estensione di 12mila chilometri quadrati, un immenso mare di accecante sale bianco, lo spettacolo è incredibile, di questa immensa distesa non si vede la fine, percorriamo più di 160 km da nord a sud e visitiamo la splendida isola del pescado, un paradiso di cactus, che si erge nel piatto mare bianco.



Sveglia presto, e siamo subito in marcia, inizia la scalata alle vette Andine, 5000 metri il punto più alto che toccheremo, ma la strada s’inerpica tra vallate da incanto, immense lagune di diversi colori, causa minerali differenti e fenicotteri dalle rosee penne intenti a mangiare nelle scintillanti acque. Penso a quanto sarebbe stato bello poter percorrere queste strade con la moto, le vette dei vulcani a più di 6000 metri che ci osservano passere, mi danno un senso di maestosità, ma il gruppo formatosi in auto e simpatico e le giornate passano ridendo e scherzando. Prima di sera arriviamo a quella che era la metà del tour, la Laguna Colorada, un immenso specchio d'acqua rossa, con un Vulcano alle spalle e distese di fenicotteri, un vero paradiso.
Trascorsa velocemente la notte, ci attende una sveglia alle 4:30, visita ai Geysir, un bagno nelle pozze termali e poi alla Laguna verde, altro spettacolo della natura, il rientro e però molto lungo e le 8 ore di auto faticano a passare, ma i posti stupendi visti ripaga della fatica, e in fondo sono felice d'aver lasciato la moto per qualche giorno.
Per arrivare a quella che sarà la sfida del viaggio, la famosa carrettera de la muerte, devo percorrere i 550 km che mi separano da La Paz. Parto da Uyuni e faccio una breve sosta al Salares per foto e video, riprendo poi la strada per la capitale, percorro con difficoltà i chilometri che mi separano dalla città, sono costantemente a più di 4000 metri e non riesco ad andare a più di 50 km/h di media. Arrivo quindi in tarda serata a 100chilometri da La Paz e mi fermo a dormire in un Hostal senza nemmeno il bagno, per la cifra di 2.50€.



La mattina mi sveglio presto e parto per la capitale, avvicinandomi alla città la vista è incredibile, ci si arriva dall'alto dai 4000 metri, ma il centro è nella conca a 3600 metri, le pareti delle montagne circostanti sono piene di baracche, è incredibile come un milione e quattrocentomila persone vivano una sopra l'altra. Cerco un albergo e inizio il tour della città, i colori degli Indios in città sono bellissimi e le facce di queste persone, aiutano a capire come la vita da queste parti non sia facile come da noi.
All'indomani riparto, mi aspetta la mitica Carrettera de La Muerte, quella che nel 2007 e stata eletta dal World Guinness record come la strada con il maggior numero di morti, anche a causa di un incidente che nell’83 provocò la morte di oltre 100 persone. Per arrivare all'imbocco della strada devo salire, però, fino a 4700 metri, inizia poi la discesa, una prima parte su asfalto e poi un cartello che indica l'inizio della Death road. La nebbia avvolge la strada, non si vede più nulla, piove a dirotto e la stretta strada a strapiombo, senza protezioni, fa intendere del perché questa strada abbia vinto il poco ambito premio. Le croci lungo la strada sono tante e bisogna veramente stare attenti, finire di sotto su di una strada larga appena pochi metri non sembra così difficile. Dai 4700 si scende rapido ai 1200 di Yolosa e iniziano i problemi alla moto, che ha mal digerito il cambio d'altura.
Intanto la pioggia è sempre più forte e la moto inizia a spegnersi, cambio la candela e riparto, ma poco dopo si spegne ancora, sono fermo sotto il diluvio, a 10 chilometri da Coroico il mio obiettivo odierno. Fermo tutte le macchine che passano, ma nulla, la strada è in salita e nessuno vuole trainarmi, l'acqua è sempre più forte, ma io come al solito non mi abbatto e aspetto fiducioso. In lontananza vedo un Pick-up, fermo il proprietario e convinco i tre ad aiutarmi, a braccia carichiamo la moto sul cassone e la leghiamo, farò i restanti 10 km seduto nel cassone sotto l'acqua, ma sempre con il sorriso, nulla può togliermelo dal viso, ormai ho la consapevolezza che non è più un viaggio ma un’avventura e che tutto questo mi sta rendendo ogni giorno più forte.
Arrivo a Coroicò e i miei eroi non accettano nemmeno una piccola somma di denaro, il Sud America è un posto magico e la gente qui è sempre disponibile ad aiutare il prossimo. Ora è tempo di fare una doccia e cercare di capire dov'è il problema, provo a fare qualche lavoro, ma nulla da fare, cerco quindi un meccanico, trovo una famiglia di padre e due figli, che si prodigano per aiutarmi, spingo la moto fino all'officina, dove torno nel pomeriggio, la moto è pronta c'era acqua nel carburatore, pago ma non sono molto convinto.
La notte è un inferno, tuoni, lampi e tanta acqua, la moto non è al riparo, non riesco a dormire sono convinto che il problema della mia moto fosse proprio l’acqua e non faccio altro che pensare che non ripartirà alla mattina. Mai previsione fu più giusta, sono ancora a piedi, torno in officina, spiego secondo me qual è il problema e iniziamo a smontare, troviamo la pippetta della candela all'altezza della bobina discostata, filtra quindi acqua all'interno della candela, che si bagna e la frittata è fatta, asciughiamo tutto e isoliamo con del nastro, al primo tentativo la moto si accende e il motore gira come un orologio.



Mi preparo a ripartire ma nel portare i bagagli alla moto, scivolo per le scale, volo per 8/9 scalini, male tremendo al coccige, quasi non riesco a rialzarmi, ma ho chilometri da fare, stringo i denti e a fatica salgo in moto e parto, faccio al ritroso la carrettera de la muerte, farla senza nebbia e acqua proprio non se ne parla. Il dolore è tanto e come se non bastasse, inizia a grandinare, in poco tutto diventa bianco come se nevicasse. Arrivo sul lago Titicaca e un pallido sole inizia a uscire, attraverso in barca i pochi metri che mi dividono dall'altra sponda e poi diretto verso Copacabana, il paesaggio è spettacolare, intere colline lungo le sponde del lago sono terrazzate, il lavoro degli antichi Incas è ancora ben visibile, incredibile come non ci sia una sola collina che non lo sia per chilometri, ci saranno voluti anni, resto affascinato. In un paesaggio del genere senza accorgermene arrivo a Copacabana, dove farò un trekking sulla splendida isla Del Sol, luogo in cui secondo gli Incas tutto ebbe inizio.
Ormai ho costatato una cosa, io amo il Sud America e sopratutto amo queste persone, sempre gentili e disponibili, tuttavia credo che abbiano un problema con le distanze, non provate a chiedere informazioni su strade e distanze, le risposte saranno sempre inesatte e le più fantasiose possibili. In realtà sembra che la distanza in chilometri sia stata bandita dalla cultura Sud Americana, la risposta alla domanda su quanti chilometri siano a un determinato punto è sempre la stessa, qui le distanze si calcolano in ore necessarie per i Bus, ti capiterà di ascoltare che per arrivare a Cusco sono 9-11 ore e se qualcuno si azzarda a darvi un’indicazione in chilometri, non tenetene conto, mi è capitato di pensare che i km fossero 800 ed erano 400, o al contrario pensare fossero 400 e ne erano 660, addirittura al mio arrivo a Copacabana avevo chiesto a dei camionisti la distanza e mi era stato risposto 10 km quando poi ne avrò fatti 160 e cosa più importate non fidatevi dei cartelli, anch'essi a volte inesistenti e quasi sempre imprecisi.



All'indomani mi alzo presto e alle 7:30 sono in dogana, pessima scelta gli uffici aprono solo alle 8:30, attendo e sbrigo le pratiche, passo in Perù altra attesa, gli uffici aprono anche qui allo stesso orario, ma c'è un'ora in meno mi toccherà aspettare ancora, intanto chiedo informazioni, Cusco sembra disti 400 km, bene non dovrei metterci molto tempo. Svolte le pratiche, riparto e in poco più di due ore arrivo a Puno, mi aspettavo un altro caratteristico villaggio sul lago, ma questa è una vera e propria città, traffico e caos, quindi decido di proseguire. Per pranzo ho già fatto 260 km quindi decido di prendere una pausa e visito le torri funerarie di Sillustani.
Riparto secondo le informazioni che ho, restano meno di 140 km, ma è qui che inizia il calvario, nessun cartello che indichi strada e distanze, mi fermo a chiedere e la prima risposta ha dell'agghiacciante, 9/10 ore.
Chiedo ancora e un camionista mi dice che ci sono ancora 260 km, faccio 60 km e trovo un cartello che indica Cusco 260 km, continuo a fermarmi ed è sempre la stessa storia, 5 ore 3 ore 7 sembra di dare i numeri per il lotto, decido quindi di continuare senza più fermarmi, ma tutto questo mi ha stancato e faccio fatica. Arrivo stremato dopo 13 ore di viaggio e quasi 600 km, ma a Cusco sono ripagato dagli sforzi, l'antica capitale Inca è una delle poche città Sud Americane, ricca di storia, qui templi Incas, chiese coloniali la fanno da padrone, Plaza de Armas, il cuore pulsante della città, è un immenso brulicare di turisti, bar, ristoranti, penso proprio che finirò qui i giorni che restano a questa, mia avventura.
Mi dedicherò alla storia, a Cusco e ai suoi splendidi dintorni, ma sopratutto affronterò l'Inca Trail considerato uno dei 10 trekking più belli al mondo.



La prima mattinata giro senza meta, tra mercati e bancarelle, ma nel pomeriggio, mi unisco a un tour che prevede la visita delle rovine Inca intorno all'antica capitale, resto affascinato dalla storia e dalla cultura Peruviana.
Il secondo giorno lo uso per una visita alla valle Sacra che è a dir poco stupenda, i siti Incas di Pisac e Ollantaytambo mi lasciano a bocca aperta.
Inizio l’Inca trail e il primo giorno è molto semplice e scorrevole, le pendenze non sono esagerate, ci servirà come allenamento per i prossimi giorni.
Il secondo giorno è considerato il più tosto, da 3600 metri, saliremo fino a 4250 con zaini pesanti e una costante nebbiolina mista a pioggia, il percorso di oggi è ciò che mi aspettavo da questo trekking e se il primo giorno mi aveva un po’ deluso, oggi tra antiche rovine e cammini a strapiombo sono entusiasta, quindi supero senza problemi le difficoltà del percorso.
Il terzo giorno è una sorpresa, le rovine Inca sono tante lungo il percorso e capisco perché il cammino è considerato una dei 10 trekking più belli al mondo.
L'ultimo giorno la sveglia suona alle 2, vogliamo esser i primi ad arrivare alla porta del Sole per vedere il sorgere del sole sulle antiche rovine di Macchu Picchu. La sorte non è dalla nostra, nonostante la levataccia non vedremo il sole sorgere, una fitta nebbia avvolge i monti intorno alla città Inca, aspettiamo invano, ma nulla da fare, riprendiamo quindi il cammino verso le rovine, ci attende ancora un’ora, intanto il cielo inizia ad aprirsi e proprio nel momento in cui arriviamo nei pressi di Macchu Picchu.
La vista diventa limpida e la città si mostra con tutto il suo splendore, La meraviglia del mondo, come la chiamano i Peruviani, è qui davanti a noi, e si presenta con tutta la sua Maestosità, i miei occhi non credono a ciò che stanno vedendo, sono bloccato dalla grandezza di questo luogo. Visitiamo le rovine e intanto cerco il posto esatto dove ventidue anni prima di me, mio padre aveva fatto delle foto in questo luogo stupendo, l'emozione nel trovare quei luoghi mi fa battere forte il cuore, sto ripercorrendo i suoi passi e chissà se le sue emozioni erano le stesse che sto provando io ora. Finita la visita, discendiamo a piedi fino ad Agua Caliente, i 4 giorni di trekking e i 50 km già fatti non sono abbastanza, arrivati in città ci dedichiamo a un rilassante bagno nelle acque termali, prima di ripartire in direzione Cuzco, dove passare l'ultima notte sempre in compagnia dei miei nuovi amici.



Il mattino seguente prendo il volo per Lima, e infine quello per Milano, consapevole d'aver vissuto un’esperienza fantastica, d'essermi arricchito culturalmente, ma sopratutto torno con il tesoro più grande, tanti nuovi amici, persone fantastiche che hanno reso questo viaggio, probabilmente il più bello fatto fino a oggi.

GALLERY



Sasaplanet


L’America del Sud – Parte 1
L’America del Sud – Parte 2