La traccia GPX
Categoria: trafiletti

C’è stato un tempo in cui il viaggio iniziava aprendo una carta stradale grande quanto una tovaglia da trattoria. La aprivi sulla sella, o sul cofano dell’auto.


Il vento la trasformava in vela e tu, con l’indice tremante, cercavi di capire se quella sottile linea rossa fosse una statale o il confine con la Svizzera. Poi partivi lo stesso, con la fiducia cieca di chi pensa: “Al massimo chiediamo a qualcuno”.
Eppure siamo arrivati ovunque e siamo pure sempre tornati a casa, banalmente nel piccolo territorio cittadino e provinciale il “TuttoCittà” era per noi il testo sacro.

L’evoluzione ancora in corso è rappresentata dai navigatori satellitari con il loro GPS infallibili che poi, con l’avvento degli smartphone, è diventata alla portata di tutti con una enorme comodità e ridotte perdite di tempo, ma anche una progressiva perdita di capacità di orientamento oltre che di avventura.

Ora abbiamo anche abbiamo le tracce GPX. Non “una strada”, ma la strada. Anzi: la stringa di coordinate millimetriche che ti guarda dall’alto con superiorità satellitare. Non ti dice “forse gira a destra”. Ti dice: “Tra 37 metri, svolta. E non discutere.” Se sbagli, la voce non si arrabbia, ma ricalcola con quella calma passivo-aggressiva che ti fa sentire giudicato anche dallo spazio.

La carta stradale ti concedeva l’errore romantico: finivi in un paesino sconosciuto e scoprivi la sagra del carciofo. La traccia GPX no. Lei è inflessibile, ascetica, quasi zen. Se ti scosti di tre metri te lo segnala, te lo fa notare, come se avessi tradito un patto cosmico.

Eppure, sotto sotto, qualcosa è rimasto uguale: sia con la mappa spiegazzata sia con il GPS che parla con i satelliti, a un certo punto dirai sempre la stessa frase immortale: “Ma siamo sicuri che è questa la strada?”

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