La carica dei 400 cc
Categoria: trafiletti

Inutile negarlo: le piccole cilindrate stanno tornando protagoniste del mercato italiano.


Piccole, si fa per dire. Perché quelle che oggi chiamiamo “piccole” negli anni ’70 e ’80 erano, a tutti gli effetti, delle medie cilindrate, a metà strada tra le piccole, diciamo quelle sotto i 350 cc, e le maxi, dai 650 cc in su.

Poi è arrivata la folle corsa alla cilindrata. Centimetro cubo dopo centimetro cubo siamo arrivati a superare i 1300 cc, come se ogni moto avesse l’obbligo morale di essere più potente della precedente, anche quando quei cavalli in più servivano più a riempire la scheda tecnica che le strade.

Piano piano, qualcosa è cambiato, il mercato ha ricominciato a guardare verso il basso, prima con quell’affollato gruppo tra i 700 e i 900 cc e ora con una nuova svolta: praticamente tutte le grandi case motociclistiche hanno in catalogo una o più “piccole” tra i 350 e i 450 cc. Monocilindriche o bicilindriche poco importa, conta la filosofia.
Una filosofia che, a quanto pare, piace parecchio. E non soltanto a chi cerca la prima moto o a chi vuole spendere meno. Anche chi possiede una grossa cilindrata spesso non disdegna di affiancarle una di queste moto più semplici, leggere e accessibili.

Una strada aperta già qualche anno fa da Royal Enfield e dalla sua filosofia nata per il mercato indiano: moto solide, concrete, utilitaristiche, economiche da acquistare e da mantenere. Una sorta di corto circuito emozionale che ci ha fatto riscoprire una parola che sembrava essere finita nel dimenticatoio: sostanza.

La Himalayan, insieme alle Classic 350, è stata una vera testa d’ariete. Ha aperto un varco e, soprattutto, ha dimostrato che per vendere una moto non è indispensabile promettere prestazioni da capogiro; da quel varco sono poi transitate praticamente tutte le altre case, a partire dalle aziende cinesi, alcune delle quali hanno costruito proprio su queste cilindrate una parte importante della propria gamma.
È bastato poco perché anche europei e giapponesi si adeguassero, inserendo nei rispettivi listini diversi modelli con la stessa filosofia.
Moto che, se da un lato non promettono prestazioni esaltanti, dall’altro regalano facilità e confidenza nell’utilizzo e forse è proprio questo il loro punto di forza.

Sono moto che non mettono soggezione, che non obbligano a dimostrare nulla a nessuno. Si lasciano guidare, si fanno conoscere un po’ alla volta e spesso riescono a trasformare anche il tragitto più banale in qualcosa che assomiglia a un piccolo viaggio.
Poi c’è il prezzo, decisamente più accessibile, insieme ai costi di gestione ridotti. E in questo momento storico, con la benzina che sembra avere deciso di diventare un bene di lusso, anche consumare poco non è proprio un dettaglio.

Ma forse c’è qualcosa di più: queste moto rappresentano una scelta diversa. Non necessariamente una scelta di rinunce, come qualcuno potrebbe pensare, ma semplicemente un altro modo di vivere la motocicletta.
Un modo più consapevole, dove non è indispensabile arrivare primi, accelerare più forte o vedere quanti chilometri orari ci sono ancora sul tachimetro.

Perché, alla fine, la moto non è mai stata soltanto una questione di numeri, basta cambiare il modo di guardare la strada.
Rallentare, ascoltare il motore, guardarsi intorno, fermarsi per un caffè senza avere l’ansia di recuperare quei dieci minuti persi.

Perché la vera libertà, forse, non è avere sempre più cavalli sotto il sedere, è poter scegliere di non usarli e scoprire che, qualche volta, andando più piano si arriva molto più lontano, non sulla strada…dentro il viaggio.

Flap Carato firma

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