
Due ruote da sempre. Con in mezzo un motore s’intende. Fissate nel cervello dal primo rombo percepito poi pian piano giù nel cuore, fino a radicarsi nell’anima in maniera del tutto imprevedibile e forse non del tutto normale.
Due ruote che esaltavano il me bambino e che oggi emozionano l’adulto (??!!!???); due ruote che ti spiattellavi sul finestrino della macchina di papà per vederle passare, i vetri quella storica peugeot 104 rossa che arrancava sulla Cisa ma che alla fine ci ha portati in giro un po’ in tutta Italia nei magnifici anni ’70, gli anni dei senza casco, dei lunghi capelli al vento e degli occhiali da sole fatti apposta per la congiuntivite. Ora come allora c’è chi non capisce e chi non capirà mai. Per fortuna! Perché se tutti avessimo la stessa passione sai che palle? Però c’è sempre un però… c’è sempre chi nasce imparato e che sotto il, soprannome di “sentenza” si erge dalle masse per spiegarti perché NON devi andare in moto.

(Lee Van Cleef - "Sentenza" nel film "Il Buono, il brutto e il cattivo")
E’ da li, come in una rutilante discesa a valle un susseguirsi di pericolosità vere o presunte; e all’inizio tenti di spiegare, di fargli capire il fuoco che ti arde dentro; poi lasci stare, pian piano abbandoni la discussione, tanto appunto non capiranno mai; e ci pensavo proprio ieri sera quando mi attardavo ancora “5 minuti” sul divano, sfogliando vorace le pagine del libro della nostra amica Miriam Orlandi; come fai spiegare perché una ragazza sola attraversa il continente americano, dormendo a volte anche per terra, affrontando sacrifici, sorrisi, pianti, emozioni, collassi e disidratazione? Come fai a farlo capire a chi la massima emozione è il litigio su un rigore fantasma? Come fai a far comprendere perché persone come Marco De Ambrogio, Paolo Pirozzi, Jonatan Nencini, per citare i più recenti, hanno mollato tutto per fare il giro del mondo in moto? O del perché ogni hanno decine di piloti, professionisti e non si sfidano sui pericolosi circuiti stradali? Forse la vera verità è che la spiegazione non c’è, non serve, tanto in pochi lo sanno, in pochi li seguono, in pochi li supportano, fino a quando, non succede qualcosa di più o meno grave e allora torniamo da capo…dito puntato… urla nel silenzio, pericolosità sbandierata a livelli altissimi.
E il paradosso è dietro l’angolo, perché anche il tuo io ogni tanto si fa delle domande a bruciapelo, perché il libro di Miriam lo tieni con una mano sola, l’altra appesa al collo per una frattura noiosa e lunga da guarire; di colpo ti chiedi se sia normale che dopo un volo dell’angelo dall’atterraggio fragoroso tu sia li ad emozionarti per ciò che si racconta in un libro scritto in viaggio; se li con te stesso sotto la fioca luce a chiederti impaziente quando potrai salire in sella. E’ normale??? Non affaticatevi a trovare una risposta filosofica ve lo dico io, non lo è. Non è normale stare ore sotto l’acqua quando quella gita avrei potuto farmela in macchina, non è normale stare in sella magari 10 ore per fare tutti è 8 quei passi alpini; non è normale infilarsi in una tuta in pelle e poggiare il ginocchio in terra tra i cordoli di una pista, così come non lo è attraversare un deserto o scendere a gass pieno da bray hill.
E io tanto normale non lo sono mai stato, tanto normale non credo di voler esserlo; voglio solo andare in moto, senza “sentenza” chi mi spieghi quello che già so, quello di cui ho paura, quello che lui non capirà mai.
Foto "Sentenza" da www.rottentomatoes.com
Fagna
