Quando il navigatore indica di “girare a sinistra”, ma il motociclista ha già notato un tornante e una deviazione che suscitano la sua curiosità, può scegliere di affidarsi all’istinto e al “sentimento”, lasciandosi guidare dal semplice nome di un Passo segnato sulla mappa cartacea.
Diciamoci la verità: ogni motociclista della Bassa Lombardia è affetto da una specie di malattia incurabile. Basta dare un’occhiata al meteo, ma anche no! Tanto l’antivento e l’antipioggia sono considerati una vera panacea per tutti i mali e, soprattutto, la giustificazione perfetta per partire incuranti di tempeste e bufere.
E nel caso il tempo dovesse diventare davvero ingestibile, una tettoia, in fondo si trova sempre. Un po’ meno facile, invece, è trovare riparo in un bar o in un ristorante: se i bikers arrivano gocciolanti/inzuppati fino all’osso, spesso l’accoglienza non è proprio delle più calorose e l’ingresso viene negato con sorprendente fermezza.
Poi basta poco andare in quota: nel giro di un’ora scarsa da casa, la pianura diventa soltanto un ricordo nello specchietto retrovisore. Da quel momento in poi, inizia la perfetta e temeraria avventura tra tornanti, atmosfere e panorami mozzafiato.
Le possibilità, del resto, non mancano. C’è chi giura fedeltà ai Colli Morenici, ai Colli Euganei o ai Colli Berici; chi considera lo Stelvio una sorta di pellegrinaggio laico; chi punta alla Presolana, al Tonale, al San Marco, al Vivione, al Maniva o al Croce Domini come fossero tappe obbligate di un personale percorso formativo ed esistenziale. E se nella scoperta “di dove porta quella strada” capita si sperimentarsi sulla Strada della Forra, tanto meglio: perché, a quel punto, la destinazione ha smesso da tempo di avere importanza. E poi ci sono gli irriducibili, quelli per i quali non esiste una vera direzione, ma soltanto una successione di curve da inseguire: oggi i Colli della Brianza, domani la Vernasca, la Val Trebbia, la Val d’Aveto, la Val Nure o la Val Taro, senza preoccuparsi troppo della logica geografica.
E così, quasi senza accorgersene, si infilano il Passo di Santa Barbara, il Monte Penna, il Tomarlo, il Penice, il Brallo, la Scoffera, la Crocetta, la Scoglina, Cento Croci e il Bracco, fino ad allungarsi verso la Cisa, il Brattello, il Cerreto o il Lagastrello.
Il tutto con la stessa naturalezza con cui altri, davanti al bancone di una gelateria, scelgono semplicemente il gusto da provare.
Insomma, di strade da ammirare nel nostro territorio ce ne sono un’infinità. Eppure, tra i tanti itinerari che attraversano il nostro Paese, ce n’è uno che per caratteristiche e paesaggi si è guadagnato un nome suggestivo: l’Himalayan italiano. Stiamo parlando del MotoTour dei Monti Lessini, in Veneto. Un percorso che ogni biker degno di questo nome dovrebbe conoscere e, soprattutto, aver percorso almeno una volta.
È proprio questa la meta scelta da un gruppo di soci del Moto Club Crema, nell’ambito delle iniziative e dei MotoTour organizzati durante l’anno dai bikers cremaschi, orgogliosamente affiliati alla FMI (Federazione Motociclistica Italiana), a testimonianza della loro titolarità, del legame con la Federazione e del carattere ufficiale delle attività del Club.
A ideare, promuovere e guidare il tour sono stati Lorenzo e Paolo Cogliati che, forti di un legame personale e di tante esperienze vissute nel territorio della Lessinia, hanno deciso di condividere con gli amici del Moto Club Crema uno degli itinerari a cui sono più affezionati.
Ne è uscito un viaggio dal carattere spensierato ma deciso, con quel ritmo “pepato” che piace ai motociclisti più navigati: accelerazioni, traiettorie pulite, pieghe precise e tanta sintonia di gruppo, sempre nel rispetto del Codice della strada. Il tutto incorniciato da panorami spettacolari, dai colli Morenici fino ai monti Lessini, dove una giornata in sella non è completa senza una sosta per scoprire qualche curiosità storica ed assaggiare qualche specialità del territorio.
L’appuntamento con gli immancabili e temerari amici/soci è stato fissato per le 7.00 del mattino: puntuali, con le moto già rifornite di carburante e controllate a dovere. Quando ci si tiene davvero a qualcosa e la si desidera intraprendere, non c’è spazio né per i ritardi né per l’approssimazione.
Dopo neanche una manciata di minuti dall’appuntamento, gli appassionati motociclisti erano già in sella, pronti a lasciarsi alle spalle la pianura cremonese e puntare verso Ghedi e dirigersi verso i Colli Morenici. Prima tappa Pozzolo sul Mincio, dove era prevista una breve sosta per la colazione, per poi proseguire verso il Veronese, attraversando Villafranca di Verona e Montorio, fino a prendere quota verso i panorami aperti della Lessinia.
Da lì, il percorso si snodava attraverso i territori dei Monti Lessini, toccando Velo Veronese e, salendo ancora, Malga San Giorgio e Bosco Chiesanuova. La strada proseguiva quindi verso Erbezzo e Sant’Anna d’Alfaedo, per affacciarsi successivamente sulla Valpolicella e raggiungere Negrar di Valpolicella. Un itinerario tutt’altro che lineare, fatto di salite, discese, curve e panorami sempre diversi, che attraversava alcuni degli angoli più suggestivi del territorio veronese, prima di invertire la rotta e ridiscendere verso Villafranca di Verona e Valeggio sul Mincio, per fare infine ritorno a Crema, in serata, intorno alle 18.00.
Al rientro, ormai in serata, ci siamo ritrovati nuovamente avvolti dall’afa della Bassa di pianura, dopo aver assaporato per tutta la giornata il fresco dei pascoli d’alta quota e aver persino incontrato la neve. E così, come in ogni MotoTour che si rispetti, insieme ai chilometri percorsi si sono moltiplicate anche le suggestioni raccolte lungo la strada e i racconti sui territori attraversati.
La Lessinia, infatti, non è soltanto una terra di curve, pascoli e panorami: custodisce l’antica identità dei Cimbri, popolazioni di origine bavaro-tirolese insediatesi qui a partire dal XIII secolo. Boscaioli, carbonai e allevatori, questi coloni diedero vita ai celebri Tredici Comuni Cimbri, lasciando nel territorio tracce ancora oggi visibili nelle contrade, nei toponimi, nell’architettura e nelle tradizioni. A Giazza sopravvive persino il “tauc”, l’ancestrale lingua di origine germanica, mentre la Festa del Fuoco e la tradizione della “carbonara” (PS: la Lessinia un tempo veniva chiamata la Montagna del Carbòn, proprio perchè i Cimbri producevano il carbone grazie ad un metodo di antica tradizione: la Carbonara) mantengono vivo il legame con un passato che, in Lessinia, sembra non essersi mai del tutto spento.
E, naturalmente, un grazie a Paolo e Lorenzo che, ancora prima dei saluti, stavano già pensando al prossimo itinerario, con quella frase ormai diventata un marchio di fabbrica: “Vi ci dobbiamo portare!”. In fondo, è tutto qui lo spirito più bello del viaggiare in moto: scoprire un territorio e/o un itinerario ed avere subito voglia di farlo conoscere agli amici.
Ogni viaggio promette una distanza e restituisce una prossimità: ai luoghi, agli altri, talvolta a noi stessi. Andare insieme significa proprio questo: scoprire che la meta conta meno della forma che assume il cammino quando qualcuno lo percorre accanto a noi.
In conclusione, attraverso un pensiero meno inflazionato ma profondamente legato al significato del viaggio (ed in questo caso allo spirito vissuto in questo MotoTour in Lessinia), viene spontaneo richiamare Duccio Demetrio (pedagogista e filosofo italiano, fondatore della Libera Università dell’Autobiografia): «…Camminare vuol dire gustare ciò che sentieri e strade secondarie riservano a chi pratichi l’arte dell’attenzione…», di Duccio Demetrio, in “Filosofia del camminare. Esercizi di meditazione mediterranei”.
Un invito, in fondo, a non considerare il viaggio soltanto come il raggiungimento di una meta, ma come un esercizio del gusto e dello sguardo: imparare a riconoscere ciò che accade e ciò che è accaduto nel tempo lungo quel percorso, ciò che normalmente rimane sconosciuto e sfugge e, soprattutto, ciò che diventa possibile comprendere e apprezzare, non nella presunzione di sapere, ma nella disponibilità a lasciarsi interrogare dall’incontro con altri e con ciò che è altro da sé.
FABIO BIANCHI
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